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  • Selena Franceschi

Nuove pratiche della fotografia


La fotografia può essere definita una pratica artistica recente se la mettiamo a confronto con tante altre forme di creatività. In meno di due secoli la pratica fotografica ha avuto una notevole evoluzione. E’ noto, infatti, che la fotografia nasce contemporaneamente allo sviluppo della borghesia industriale e che ad essa sia profondamente legata.

Il dagherrotipo ed il calotipo furono tra i primissimi procedimenti nati con lo scopo di riprodurre un’immagine reale della realtà. Le apparecchiature erano piuttosto ingombranti e difficili da utilizzare, i costi erano alti ed erano in pochi a poterne usufruire. La prima diffusione di massa risale al 1924 quando il progettista Oskar Barnack presentò la Leica, un piccolo apparecchio che usava una pellicola formato 35 mm.

Nel 1929 il fotografo tedesco Albert Renger-Patzsch affermò:

Dopo quasi cento anni la fotografia ha conquistato un immenso significato per l’uomo moderno, migliaia di persone vivono di essa ed attraverso essa, ha fatto nascere la stampa illustrata, procura illustrazioni veritiere utili in molte attività di natura scientifica. In breve, la vita moderna non sarebbe più immaginabile senza la fotografia.1

Le macchine fotografiche diventano uno strumento fondamentale per l’intera società che può acquistarle facilmente grazie alla riduzione dei prezzi, alla facilità nell’utilizzo e alla comodità nel trasporto. Con l’entrata del digitale si assiste ad una frattura epocale: la trasformazione di un mondo ampiamente dominato dalla materia in uno in cui informazione e comunicazione assumono importanza preponderante. Le più moderne fotocamere sono di dimensioni così ridotte e hanno un peso così esiguo da poter essere inserite nei telefoni cellulari. La grande azienda di telecomunicazioni Huawei e il prestigioso brand di macchine fotografiche Leica hanno creato una partnership tecnologica per aumentare le capacità fotografiche negli smartphone. Gli ultimi modelli smartphone della huawei integrano una doppia fotocamera, una dedicata agli scatti a colori e l’altra applica un sensore monocromatico allo scopo di catturare dettagli, luce e informazioni maggiori. Le funzionalità sono innovative e tra tutte c’è la possibilità di selezionare manualmente ISO e tempo d’esposizione e di scattare in formato RAW. I risultati sono eccezionali ma siamo ancora ben lontani dal giorno in cui uno smartphone potrà sostituire le prestazioni delle fotocamere.

Dalla stampa di un’unica positiva alla pubblicazione in rete di circa dieci milioni di immagini fotografiche al giorno, oggi fotografare è un’atto immediato: basta infilare una mano in tasca, tirare fuori lo smartphone e cliccare un tasto. Spesso non c’è nemmeno bisogno di mettere la mano in tasca perché l’apparecchio è già tra le mani, pronte a rispondere all’ultimo messaggio arrivato o rapide a mettere like alle ultime fotografie postate dagli amici. La fotografia virtuale fa parte della nostra vita quotidiana. Immortalare il presente per ricordare nel futuro il passato, è stato fin da subito un rito sociale. I ricordi di famiglia, di viaggio e di eventi, vengono catturati diventando immortali. E’ una forma di divertimento che oltre a dare all’individuo il possesso immaginario di un passato reale, lo aiuta ad impadronirsi dello spazio circostante. Questi ricordi fotografici però non sono più recuperabili all’interno di una scatola o in fondo ad un comodino, essi non hanno più materia ma viaggiano nell’etere attraverso il world wide web. Tuttavia una fotografia virtuale è percepibile unicamente attraverso la vista, una fotografia stampata invia impulsi ai cinque sensi, nessuno escluso. Nel 2007 Lucas Buick e Ryan Dorshorst crearono, attraverso la combinazione di una serie di lenti e di pellicole virtuali, la prima applicazione per cellulari che permette di

1 A. Renger-Patzsch, Photographie und Kunst, in Das Deutsche Lichtbild, Robert & Bruno



Schultz, Berlino 1929, citato in R. Valtorta, Il pensiero dei fotografi. Un percorso nella storia della fotografia dalle origini a oggi, Bruno Mondadori, Milano 2008, p. 106.

trasformare le foto in un look finto-vintage. Il procedimento è stato utilizzato in seguito da Instagram che nel 2010 ha messo a disposizione una serie di filtri vintage da applicare con semplicità alle fotografie. Queste applicazioni rendono le fotografie sbiadite, sfocate, aggiungono grana e imperfezioni tipiche della pellicola donando un senso di antico e di materiale tipico della fotografia analogica.

Ma perché abbiamo il bisogno di guardare il presente con occhi così nostalgici? Nell’era smart sentiamo ancora così fortemente la mancanza della dimensione oggettuale della fotografia in pellicola? Trent’anni di fotografia digitale non hanno lasciato alcun segno nel nostro immaginario, emancipando il nostro gusto dalle forme del passato? 2

Il passato è insito nei singoli individui e riaccenderlo, riportando singoli elementi artistici nel mondo contemporaneo, è una pratica adoperata in architettura, in pittura, in scultura, in fotografia, in scrittura ed in particolar modo nella moda. Il termine inglese vintage deriva dal francese antico vendenge che a sua volta indica i vini d’annata di pregio. Questo termine nel campo della moda fa riferimento ai capi di abbigliamento risalenti almeno a venti anni fa, riportando uno stile epocale, che nessuno potrà ricopiare o riprodurre, dal momento che i pezzi vintage sono assolutamente unici e di qualità e non attaccati dall’obsolescenza programmata. Retrò invece, è un termine simile ma con un significato ben diverso, infatti rappresenta uno stile imitativo del passato. Gli individui provano nostalgia per quel che è stato ed i filtri sono gli strumenti emulatori con i quali è possibile rivivere il passato. La nostalgia diventa un sentimento disperato che può essere esaudito ma solo in parte perché il passato lo puoi amare e ritrovare ma non riportarlo in vita. Quella delle applicazioni sui cellulari è solo una delle imitazione diffusa in particolare tra i giovani che non avendo vissuto il passato non possono provare nostalgia. I filtri emulatori sono una moda diffusa che sta già svanendo dando il posto ad una nuova tendenza.

L’era dell’analogico sta scomparendo lentamente, le pellicole ed i materiali per lo sviluppo sono quasi introvabili e solo pochi e veri appassionati alla sperimentazione riescono a portare avanti questo mercato.

La maggior parte delle fotografie scattate con lo smartphone non sono più documenti privati, fine a sé stessi, bensì una volta postate su internet diventano lo spettacolo pubblico della propria e dell’altrui vita al fine di ottenere attenzione e popolarità. Il piacere di condividere momenti insieme ad una persona si è trasformato nel piacere di condividerli sui social network come Facebook, Instagram e Twitter. Tra le fotografie più in voga negli ultimi tempi ci sono i selfie. Il termine, da poco entrato nel vocabolario più popolare italiano (Zingarelli 2015), deriva dall’inglese self-portrait e indica la pratica dell’autoritratto effettuato a distanza di braccio tramite la fotocamera interna dello smartphone. Il fenomeno si è divulgato rapidamente a partire dal 2010, con l’arrivo del primo dispositivo con fotocamera interna (iPhone 4). Guardando le cose più da vicino, i luoghi di interesse culturali delle città, con maggiore afflusso di turisti, si sono trasformati in palcoscenici all’aperto dove lo spettacolo inizia ogni giorno all’alba e finisce al tramonto. Sorrisi, baci, abbracci, tutti davanti lo schermo di uno smartphone per immortalarsi assieme ad amici, parenti, fidanzati, nei luoghi più comuni del turismo di massa. L’intento è quello di dire attraverso un’immagine: ‘Io sono qui, con queste persone e sto facendo questa determinata cosa’. Così facendo si hanno delle testimonianze di un viaggio che è stato fatto, di un programma che è stato attuato e di un divertimento che è stato raggiunto. Dietro questa manifestazione è nato il mercato dei selfie-stick un’asta allungabile con la funzionalità di avere campi più ampi e con la quale è possibile scattare via bluetooth.

2 Irene Alison, iRevolution. Appunti per una storia della mobile photography, Postcart, 2015, p. 24.



Tutto ciò è una vera forma di “personalismo” in grado di mettere in mostra momenti, anche intimi, della propria vita. Il concetto di privacy ha ormai una consistenza labile. La rete, inoltre, è invasa da mode e da sfide piuttosto pericolose che mettono a rischio la vita di coloro che vi partecipano e che vogliono dimostrare la propria audacia imprimendola in un selfie.

Secondo lo studio intitolato Me, Myself and My Killfie3 condotto da alcuni accademici della

Carnegie Mellon University e dell’Indrasrastha Institute of information Delhi, ci sono stati, da marzo 2014 a settembre 2017, circa centoventisette casi segnalati di morte attribuibili ad un selfie e ben settantasei casi sono stati riscontrati in India.

I fondatori di Snapchat, l’applicazione che consente di pubblicare foto che spariscono dopo ventiquattro ore, sono due amici poco più che ventenni: Evan Spiegel e Bobby Murphy. I due hanno lanciato il progetto nel 2011 e due anni dopo gli utenti condividevano quotidianamente più di trecentocinquanta milioni di immagini. E’ il social network dell’immediatezza: snap (scatta) e chat (chiacchiera). La foto, non è qualcosa che resta e che fa memoria, diventa subito vecchia, scompare. Piace molto ai giovani, i quali sentono la propria identità presente in quell’istante senza archivio, senza storia e senza ricordo. Gli utenti condividono foto in cui sono mascherati da animali, personaggi famosi e supereroi o semplicemente indossando oggetti di vario tipo come occhiali, cappelli e corone. In un’attimo viene raccontato uno stato d’animo, avviene una trasformazione che permette di avere diversi ruoli. Luigi Pirandello nella sua opera “Uno, nessuno è centomila”4 afferma che la maschera non può essere tolta dall’uomo il quale non potrà conoscere mai la sua vera e propria essenza, la sua personalità. Gli utenti di Snapchat, timorosi del giudizio degli altri tendono a rifugiarsi dietro svariate coperture. Nella storia della fotografia l’artista Cindy Sherman produce una serie di opere sulla propria identità alterando il proprio aspetto attraverso l’utilizzo di parrucche, protesi ed attingendo all’universo collettivo di modelli, attori e artisti.

Mascherarsi ed essere altro da sé è un gioco da mettere in scena. Gli utenti, ogni ora per tutti i

giorni, coprono la propria identità per gioco o per essere chi si desidera con un semplice click.

Ognuno sceglierà naturalmente fra queste maschere, senza neppure averne una chiara coscienza, quella che meglio gli conviene, cioè quella che rappresenta quanto è più conforme alle sue tendenze, sicché si potrebbe dire che la maschera, che si presume nasconda il vero volto dell’individuo, faccia invece apparire agli occhi di tutti quello che egli porta realmente in se stesso, ma che deve abitualmente dissimulare. 5

I social network sono delle piattaforme per chi tenta di raggiungere una generazione che non legge più i giornali e che non guarda più la televisione. In Italia, per esempio, l’ottantaquattro per cento dei giovani è iscritto a Facebook e le informazioni trasmesse sono tantissime e poco approfondite. Il loro valore aumenta con la crescita delle condivisioni e da quanti like ha generato e non da quanto è affidabile chi l’ha pubblicata.

Tutte le fotografie che un tempo facevano parte unicamente dei giornali, delle riviste, delle pubblicità ora si trovano online.

Ogni giorno il nostro occhio percepisce una grande quantità di immagini e la libera circolazione ha l’abilità di poter influenzare la percezione, la distanza, il tempo e le reazioni della mente umana senza rendersene conto. Con l’arrivo dei social network vengono scattate fotografie da condividere con una cerchia di amici, ma in realtà rese reperibili e fruibili da milioni di persone.

3 A. Gowen, I morti da “selfie”, in India, sono un problema, pubblicato su “Il post” il 24/11/2016: http://www.ilpost.it/2016/11/24/ india-morti-selfie/.

4 L. Pirandello, Uno, nessuno e centomila. Einaudi, Torino, 2005.

5 R. Guénon, Initiation et Réalisation spirituelle. Éditions Traditionnelles, Parigi, 1952, p. 134-135.



Erik Kessels, artista olandese, nelle sale del Foam di Amsterdam e successivamente in varie altre sedi espositive in tutto il mondo, ha realizzato un’istallazione che comprende milioni di foto caricate su Flikr, Facebook e Google in un arco di tempo di ventiquattro ore. Il suo intento è stato quello di dimostrare come chi naviga su internet sia bombardato da centinaia di immagini quotidianamente. Ha stampato quelle immagini, ed ha creato delle montagne all’interno delle sale del museo. Gli spettatori potevano camminare sopra le immagini, prenderle in mano ed entrare nella vita personale di chiunque. L’intento è stato quello di mettere il pubblico a confronto con il materiale fotografico cartaceo che occupando un determinato spazio ha acquistato una certa dimensione e quantità rispetto alle immagini virtuali. Siamo invasi da notizie visive e sembra che l’arte del fotografare abbia messo da parte le regole specifiche rompendo ogni confine. La digitalizzazione ha colpito in modo radicale il concetto di fotografia. Tutti hanno la possibilità di scattare foto e di catturare l’attimo fuggente. Grazie ai milioni di utenti provenienti da tutto il mondo, si conoscono molte più realtà. Comunicare una notizia, attraverso i social network, è diventato un modo nuovo, facile e veloce, effettuabile da chiunque si trovi difronte ad una determinata situazione. A questo punto, possiamo dire che tutte le persone in possesso di un cellulare sono fotografi professionisti. Non è così. La professionalità è data dalla cultura, dall’esperienza e dall’insegnamento che un individuo ha ricevuto durante un particolare percorso di vita o di insegnamento. Quella a cui assistiamo ogni giorno è una documentazione personale della realtà, un segno indelebile di testimonianza. La fotografia ha perso un grande valore proprio perché accessibile a tutti. La fotocamera d’altronde è uno strumento come lo è il pennello, la penna, la matita, lo scalpello. Tutti abbiamo a disposizione questi strumenti ma non per questo motivo siamo dei pittori, degli architetti, degli scrittori o degli scultori.

I fotografi professionisti hanno a disposizione uno spazio molto più ampio per dar voce ad un

progetto personale ma le difficoltà nel trovare un diretto interessato aumentano proporzionalmente. Essi si confondono tra i milioni di cittadini armati di cellulare avendo dalla loro una forte sensibilità visiva che li contraddistingue. E’ importante che la differenza tra fotografo professionista e fotografo-mobile non venga dimenticata, che ci sia sempre un confine netto tra i due ruoli, riconoscibili dagli utenti come due forme espressive distinte.

I nuovi anni della fotografia mobile sono stati di grande utilità nella divulgazione di ogni sorta di informazione per l’utenza in rete. Tuttavia in tale confusione, è bene che le notizie siano esaminate e controllate. L’analisi deve essere effettuata dallo stesso utente dato che non esiste un filtro mediatico che vagli le pubblicazioni. Sullo schermo del cellulare le notizie appaiono una dietro l’altra e spesso l’utente le visualizza velocemente. Basta leggere il titolo, ispezionare l’immagine ed una nuova informazione visiva è stata catturata. Non bisogna certo generalizzare, ma ci troviamo difronte ad una generazione che si limita ad apprendere ad un livello basico. La fotografia, che un tempo era un elemento integrativo in più è diventata la forma primaria di informazione e conoscenza.



Bibliografia


I. Alison, iRevolution. Appunti per una storia della mobile photography, Postcart, Roma, 2015.

M. Augè, Rovine e macerie. Il senso del tempo, Bollati Boringhieri, Torino, 2004.

R. Guénon, Initiation et Réalisation spirituelle. Éditions Traditionnelles, Parigi, 1952.

L. Pirandello, Uno, nessuno e centomila. Einaudi, Torino, 2005.

B. Roland, La camera chiara. Note sulla fotografi, Piccola biblioteca Einaudi, Torino, 1980. Vocabolario della lingua italiana, Zingarelli, 2015.

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